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Aspettavo con trepidazione di leggere L’osso del cuore, il libro di Valentina Santini, perché, per quel poco che la conosco, immaginavo che avrebbe scritto un bel romanzo.

Ha scritto un romanzo terribilmente meraviglioso.

L’osso del cuore è un romanzo che fa male, anzi malissimo.

Non mi succede spesso di interrompere la lettura per dover respirare, ma è proprio quello che mi è successo con questa distopia: l’autrice è così brava a descrivere l’ambiente psicologico di questa Italia dittatoriale che la sofferenza e il dolore dei personaggi ti entrano dentro. Nelle ossa e nel cuore.

Del romanzo ho apprezzato in particolare tre aspetti: la capacità mimetica, la scrittura tagliente e la cura storica.

Come dicevo in apertura, Santini ha un’eccellente capacità di rappresentare le emozioni, sia attraverso l’azione che i dialoghi. La piccola protagonista, Asma, sembra voler uscire fuori dalle pagine e diventare reale.

La scrittura, poi. Asciutta, tagliente come la lama di un bisturi, evocativa. La vicenda forse non coinvolgerebbe così tanto se lo stile dell’autrice non proiettasse, quasi come in un film, una serie di immagini davanti agli occhi di chi legge. Immagini forti, che a volte si fa fatica a guardare, ma che ti trascinano nell’atmosfera cupa e disperata di Casa Libertà.

Ma l’aspetto che per me che amo i romanzi storici mi ha colpito di più è che, nonostante il genere del libro sia un altro, emerge chiaramente la ricerca e la cura che l’autrice ha messo nel rendere la sua distopia il più verosimile possibile. Salta subito all’occhio l’utilizzo della storia latino americana, dell’Argentina di Videla e del Chile di Pinochet. Le storie dei desaparecidos informano la prima parte del libro e offrono lo spunto alla vicenda, ma il clima e molti dettagli parlano invece di un passato nostrano più recente, del progressivo consenso che le forze più conservatrici di questo paese hanno ottenuto e di come più volte nel corso della storia repubblicana il pericolo di un golpe sia stato reale.

L’osso del cuore è un libro che mi ha appassionata e che non ha nulla da invidiare alle distopie scritte dalle autrice di lingua anglosassone, come Margaret Atwood o Naomi Alderman.

Leggetelo, non potrete rimanere indifferenti.

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