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Tutte le volte che mi accosto alla scrittura di Pierre Michon rimango di primo acchito senza parole, perché è potente e così immaginifica da non poterla descrivere.

Les onze è un romanzo breve, brevissimo in cui Michon dipinge (letteralmente) il periodo del Terrore.

L’espediente narrativo è la descrizione, da parte di un fantomatico critico d’arte di cui nulla ci è dato sapere, di un quadro immaginario e sublime, Les onze (“Gli undici”) che dà il titolo al testo, creato da un pittore fittizio, François-Élie Corentin. Questo quadro enorme, terribile e meraviglioso, troneggia nella finzione al Museo del Louvre, come monito della grandezza e dell’orrore della Rivoluzione.

Gli undici ritratti da Corentin sono i membri del Comitato di Salute Pubblica del marzo 1794 (dopo l’arresto del dodicesimo membro, Hérault de Séchelles), ma sono soprattutto, a vivide pennellate, il ritratto della complessità della Rivoluzione e della sua fase più radicale.

Michon ricostruisce brevemente, con un espediente simile a quello di Vite minuscole, la biografia di Corentin, per poi concentrarsi sulla storia del quadro e della sua commissione. Con una scrittura pittorica, suggestiva e convincente Michon porta il lettore a non distinguere più realtà storica e fantasia, a non mettere mai in dubbio tutto ciò che la parola rivela, chiudendo il libro si vorrebbe andare a cercare il quadro che non c’è. 

Ma il libro apre anche una grande riflessione sul rapporto tra l’Arte e la Rivoluzione, non semplicemente cercando di capire, come molti studiosi hanno indagato, il ruolo dell’iconografia e della propaganda, ma fermandosi su un punto più ontologico: come possono coesistere l’Arte, che è un’espressione che eleva l’artista e l’oggetto stesso dell’arte, con l’Uguaglianza promossa dalla Rivoluzione? 

Non è dunque un controsenso ritrarre, operando una sorta di sacralizzazione laica, i membri del governo che lottano perché i cittadini sono tutti uguali? 

Più in generale l’Arte può coesistere con le istanze egualitarie?

Per scoprire la risposta, bisogna immergersi nel flusso della narrazione e lasciarsi trasportare in un mondo affascinante e labirintico, dal quale, come dall’arte e dalla storia, forse non è possibile uscire.

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